
All’indomani della Seconda guerra mondiale, la conquista più importante per le donne non fu, come spesso si ricorda, il diritto di votare, bensì quello di essere votate. Non si tratta di voler minimizzare i risultati raggiunti dalle donne di quegli anni. Al contrario. Si tratta di leggere quella storia con uno sguardo più ampio: è innegabile che il voto senza la possibilità di essere elette non avrebbe avuto lo stesso impatto né dal punto di vista giuridico-politico, né da quello simbolico. Lo avevano ben inteso le attiviste dell’Unione delle donne italiane (UDI): avevano inteso sin da subito che, per quanto importante, il diritto di votare più che un riconoscimento rivoluzionario, era un riconoscimento dovuto, impossibile da procrastinare ancora. Le donne, infatti, quella parità di voto se l’erano già conquistata sul campo: come gli uomini avevano lavorato nei campi e nelle fabbriche, per anni avevano portato avanti da sole interi nuclei familiari, spesso allargati, avevano preso parte, anche imbracciando le armi, alla lotta di liberazione nazionale. Vista da questa prospettiva la storia si tinge di colori diversi. Il diritto all’elettorato passivo a differenza di quello attivo arriva tre mesi prima delle elezioni costituenti: tre mesi per reclutare candidate femminili, tre mesi per rompere un muro di ostilità dentro i partiti, tre mesi per farsi conoscere agli elettori partendo non solo da una condizione di totale invisibilità, ma anche di sovrastanti pregiudizi in merito all’attitudine delle donne al governo e alla decisione pubblica, tre mesi per superare un divario costruito in millenni.Le madri costituenti furono 21 su 556 eletti: non “solo 21” come spesso si sente dire, ma “ben 21” tenuto conto delle difficoltà strutturali e temporali in cui la comunità femminile dovette prepararsi alle elezioni. Valutati gli ostacoli, infatti, la rappresentanza femminile in Costituente ha dell’eroico, mettendo in luce la tenacia di chi voleva che la Repubblica si inaugurasse davvero su basi di parità nuove, anche dal punto di vista del genere.È qui che comincia la nostra storia. La storia delle donne nella Costituzione. La storia della Costituzione delle donne.

Ottant’anni fa, per la prima volta, le donne italiane entrarono nella storia con una scheda elettorale in mano. Non fu un gesto semplice né scontato: fu il risultato di lotte, coraggio, visione. Quel voto segnò l’inizio di una cittadinanza piena, non più concessa ma conquistata. Le Madri Costituenti portarono dentro la Costituzione italiana uno sguardo nuovo: attento ai diritti, alla dignità, alla giustizia sociale. Non erano molte, ma furono decisive. Seppero trasformare l’esperienza personale e collettiva in norme che ancora oggi ci guidano.A voi, studentesse e studenti, questa eredità non chiede celebrazione, ma responsabilità. Perché i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte: vanno compresi, difesi, praticati.Il voto non è solo un gesto formale, ma un atto di presenza nel mondo. È dire: io ci sono, conto, partecipo.Le donne che votarono per la prima volta nel 1946 non avevano certezze, ma avevano una fiducia radicale nel futuro.Oggi quella fiducia è nelle vostre mani. Essere all’altezza della loro eredità significa non accontentarsi, non delegare sempre ad altri, non pensare che “tanto non cambia nulla”. La democrazia vive solo se qualcuno la abita. E forse il modo migliore per onorare quelle donne è proprio questo: prendere sul serio la libertà che ci hanno consegnato.

Le parole dell’artista, Emanuele Pepe:
“Quando sono stato invitato a “PITTI UOMO” a FIRENZE, per la mia collezione, ho preferito sfruttare quella vetrina per presentare un idea che avevo da tempo per contrastare la violenza sulle donne.Quale migliore occasione di una manifestazione completamente rivolta ad un pubblico maschile?Il mio intento era quello di disturbare e scuotere l’ ambiente maschilista e machista.La violenza sulle donne andrebbe combattuta principalmente dagli uomini e non sentendomi rappresentato, volevo scardinare e cercare solo di far riflettere e far conoscere il numero 1522 che è il Numero nazionale anti stalking e violenza.Nasce così l’abito da sposa 1522 che da quel giorno è diventato uno strumento di informazione che continua a veicolare spunti di riflessione.”